| LA PROCESSIONE e la luminara |
Intervenuto anche il vescovo e molti enti invitati dall'Amministrazione Comunale.
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La Triennale di Gesù Morto ha sconfitto la pioggia. Niente può fermare le tradizioni forti e radicate di una città specie se si tratta di tradizioni legate ad uno spirito religioso come quello della processione del venerdì santo. Anzi, l'atmosfera delle migliaia di persone e di lumini ad olio accesi sulle facciate del centro storico sotto la pioggia è stata ancora più suggestiva.
Il Vescovo Italo Castellani a Camaiore per la processione della Triennale 2004 |
Tradizione e rito
"La sera del venerdì santo, per ogni triennale di Gesù morto, dalla confraternita dei Dolori viene
fatta la processione per la città, col simulacro del Redentore unitamente a quelli
della Madonna, di San Giovanni e Santa Maria Maddalena, collocati in mistico gruppo sopra un palco
fulgente, portato a spalla da alcuni devoti.
Intanto, le facciate
delle case prospicienti alle vie, sono artisticamente illuminate con lampadine
a olio. Lo spettacolo è quanto mai di grandioso e di suggestivo.
L'illuminazione, oggi, può dirsi unica in Italia, per il caratteristico disegno. Il palco procede lentamente tra la gente
devota, che dalle campagne e dai Comuni
limitrofi accorre numerosissima. La contemplazione di quella vergine trafitta
nel cuore da sette lance, la vista del figliolo divino che al piede le giace nudo sotto orrido velo di sangue rappreso, ti
danno all'anima il tormento angoscioso
che si sprigiona dagli occhi con lacrime di compunzione e di rimorso, nell'analisi singola che in quell'attimo fuggente,
ciascuno fa della propria coscienza.
Un coro d'uomini che
eseguisce lo Stabat Mater seguendo la processione, accresce
la solennità della festa che lascia nel cuore degli astanti un'indimenticabile
impressione, un palpito nuovo di fede e di riconoscenza verso colui, che nel martirio del
Golgota, purificò e redense l'umanità peccatrice.
Usciti fuori di città, ecco la campagna con le sue adiacenti colline, che tutta
illuminata, sembra un ampio anfiteatro,
fantasticamente preparato per lo svolgimento, non si sa, di quale dramma
funereo. La scena è bella e triste ad un tempo, e mentre alletta l'occhio
dell'osservatore, piomba nell'anima un'infinita malinconia.
Quei lumi
rossastri, che brillano nello sfondo notturno e che più qua e più là delineano emblemi
della passione, sembrano facciano contrasto col cielo tremulo di stelle, che
canta la primavera nascente, che scioglie l'inno della giovinezza e dell'amore alla natura ridestata,
la quale sente nelle viscere i germi fecondi
della nuova stagione.
Ma...la contraddizione sparisce se si considera che quella notte,
ricordando la morte di Gesù,
rammenta ancora, come dal sacrificio del
Golgota sorse la vita vera, la giovinezza eterna, la primavera di un'era
novella per l'umanità.
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Quando l'ultima
stella sta per essere eclissata dall'aurora nascente, qualche lampadina continua
ancora a dare guizzi di luce". Al pari di ogni produzione
sociale anche per la nostra processione bisogna quindi rifarsi a più ambiti per poter
capire, per quanto sia possibile, non solo la funzione che essa assolve, ma
soprattutto il senso, esplicito o implicito, che le si può attribuire. Ma
dare un significato alle cose non è certo un impegno facile e poco rischioso.
Le parole del Tabarrani ci offrono comunque un buon punto di partenza perché già
in esse traspare un senso di mistero legato a questa pratica che celebra in
maniera così funesta la morte proprio quando la natura è nel pieno risveglio
primaverile.
La Triennale di Gesù morto oltre a rappresentare
una forma di devozione, costituisce anche un
elemento di identificazione e di aggregazione intorno a valori unanimemente condivisi che caratterizzano e identificano un preciso luogo, una definita realtà sociale. Infatti un rito
richiede sempre uno spazio all'interno del
quale i gesti, il linguaggio, le formule adoperate acquistano un preciso valore. Quindi il rito, così come la nostra
tradizione, è una forma di comunicazione anche se il messaggio che veicola spesso sfugge alle nostre pretese di concettualizzazione.
A volte però
l'aspetto ripetitivo della tradizione, che appunto prende il nome di rituale, viene
considerato come un limite, come una cornice normativa che sancisce ma nello
stesso tempo reprime l'espressione individuale. Tuttavia questa rigida
struttura inserita nel nostro quotidiano, fatto di imprevedibilità e contingenza, finisce per
costituire un indice di mutamento.
Foto Gisberto "Ecco -scrive Lattanzi- il rito marca
una differenza nel normale fluire del tempo
e schiude al quotidiano la possibilità di un cambiamento di scena; è una azione riflessiva che tende sempre ad attualizzare
le circostanze e le contingenze storiche,
e che opera destrutturando e ristrutturando il quotidiano".
Foto Gisberto
Tali processi richiedono sempre una conoscenza approfondita del sistema culturale in cui l'evento
si colloca, dal momento che c'è un
nesso indissolubile tra rito e storia. Infatti, pur essendo il rito governato
dalle leggi della tradizione,
ribadite in sequenze ripetitive e ridondanti, la regola che costituisce l'azione rituale
non impedisce ai
suoi attori di prospettare o di determinare
l'affermazioni di valori nuovi".
Foto Claudia
Con queste parole
Vincenzo Tabarrani descriveva nel 1930 la Triennale di Gesù morto di Camaiore.
La sua descrizione però, per quanto suggestiva, non è sufficiente a
delineare compiutamente questa forma di devozione nella quale il sentimento
religioso è tanto intimamente intrecciato con quello folcloristico, la pietas popolare tanto
profondamente unita al senso di identificazione sociale che una lettura che non
si richiamasse a vari contesti, da quello storico a quello sociale,
da quello
religioso a quello culturale, risulterebbe comunque riduttiva.
Certamente un
aspetto importante di questa tradizione è la complessità del suo allestimento che
investe non solo coloro che sono direttamente responsabili della processione (
sacerdoti, confratelli, coristi, musicisti, ecc...), ma tutta quanta la popolazione che vive l'evento con sentita partecipazione. La
realizzazione della luminara infatti richiede molti giorni di lavoro, necessari
sia per preparare i supporti in legno da appendere agli edifici delle case, sia per
sistemare i bicchieri che costituiranno le lampade ad olio. Questo laborioso impegno
si sussegue secondo precise
fasi: imbiancatura delle armature, loro posizionamento, sistemazione dei
bicchieri, poi collocazione dell'acqua, poi dell'olio, poi dei caratteristici lucignoli (cincindellori), ecc...
Quindi esiste una ritualità che va al di
là del momento prettamente religioso e che regola i comportamenti di tutta quanta la collettività. E' chiaro che questi
gesti, parte integrante della tradizione, acquistano un significato in virtù della sacralità del rito celebrato,
tuttavia sono compiuti con tale partecipazione
ed emozione perché proprio attraverso di essi si esprime l'incontro delle esigenze di ciascuno con quelle dell'intera
comunità: il rito in definitiva
serve agli individui per incontrarsi e riconoscersi.
Quindi
sebbene il rito si manifesti come un evento collettivo organizzato secondo precise sequenze stereotipate, che riproducono azioni ripetitive
e all'apparenza invariate,
di fatto queste azioni "non si possono mai dire esattamente identiche alle altre, poiché il rito è sempre
condizionato da particolari processi che
variano a seconda delle circostanze storiche e delle aspettative o delle attenzioni
degli attori sociali.

Il rito quindi
presenta sempre una valenza dinamica e al di là della sua apparente staticità, anche attraverso la
tradizione si possono stimolare e suggerire istanze diverse, investendo di un
nuovo senso la realtà cristallizzata nei rigidi schemi sociali.Ed è forse in questo
aspetto che risiede una delle principali funzioni della tradizione, nella sua
capacità ogni volta di vagliare, di ribadire o di aggiornare le regole e i
valori che stanno alla base delle nostre radici culturali, rapportandoli a quanto ci offre la
quotidianità.
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